#VitadaKoreja | Emanuela Pisicchio

Categoria Racconti | Pubblicato 04-Apr-16 |
Emanuela Pisicchio
Attrice e pedagoga, Cantieri Teatrali Koreja

Interessi: fisarmonica, tutti i canti tradizionali in lingue a me sconosciute (nahuatl, yiddish…), bossa nova, samba, poesia, scrivere, viaggi, teatro in tutte le sue forme, danza, pedagogia dell’infanzia, libri e graphic novel.

 

Emozioni, pensieri e segreti  di chi "fa" il teatro. Ecco i ritratti dello staff dei Cantieri Teatrali Koreja, per raccontare questa grande famiglia in modo non-convezionale.
a cura di imovepuglia.tv

 


A tu per tu con Emanuela Pisicchio

A cosa stai pensando?

Alla canzone con la quale comincio il laboratorio per bambini “she said hey honey take a walk on the wild side and the coloured girls go, doo, doo doo, doo doo…” . Grazie al cielo nessuno conosce l’inglese!




Una città per:

Raccontarmi e rivedermi. Penso alle città come ad uno specchio. Monopoli è la città in cui sono nata, la città in cui vive la mia famiglia, il mio costante ritorno. È il ritorno al mio dialetto, alla mia storia, a quando ero bambina tra compiti, lezioni di pianoforte e il mare, ma anche un ritorno alla mia adolescenza, fra sogni e scrittura incessante. Lecce è la città in cui vivo il mio sogno di ragazza. Amandone tutte le contraddizioni e le bellezze sfacciate. Quando entro in una città sconosciuta, provo a far finta di essere parte della sua storia, di avere un ricordo tra le sue strade. È il mio modo di presentarmi e di entrare in contatto con le storie che la abitano.




Il teatro c’è.

Non sono mai riuscita a fare a meno di vedere teatro ovunque. Nel passante distratto, nell’anziano che osserva silenzioso e, soprattutto, nel bambino che gioca. Siamo in costante ricerca di storie, a volte senza saperlo, e in costante desiderio di raccontarci. Il teatro fa di tutto questo il suo motore e con i bambini ha a disposizione mezzi straordinari. I bambini hanno bisogno di rituali, di regole, di ripetizione, e il teatro dispone di tutto questo in maniera naturale. Il lavoro teatrale comincia all’interno di un gruppo, quando ci si comincia a guardare negli occhi. Il teatro non c’è se non ci si guarda davvero negli occhi.




Il senso del costruire. Il desiderio dei Cantieri Koreja è ormai realtà. Una fabbrica in continua evoluzione, come?

L’azione è il mio coraggio. Qui mi hanno insegnato che non ci può essere niente senza azione. Per un attore vale lo stesso in scena: pensare di fare qualcosa non porta a niente. Agire per qualcosa è l’unico modo per farla esistere e per questo ci vuole coraggio. Sia fuori che dentro la scena. Noi siamo un cantiere di coraggiosi.




Un passo verso cosa?

Verso l’altro. Il mio lavoro a Koreja è cominciato proprio con un progetto in cui dovevamo includere gli abitanti del quartiere in uno spettacolo itinerante. Andavo casa per casa, ascoltando le storie e i ricordi che ognuno aveva del quartiere e del teatro. Perché la parte più divertente è stata conoscere il loro punto di vista sul teatro. Cos’è per loro, cosa è stato e cosa potrebbe essere. Un dialogo che cerchiamo di tenere vivo tutt’oggi. Abitiamo un luogo che prima era una fabbrica di mattoni, in cui i bambini di un tempo si intrufolavano di nascosto per rubare le pietre più belle e preziose. Residui di mattoni di scarto, frantumati e lasciati incustoditi. Mi piace pensare che ci portiamo dentro ancora questo. Facciamo in modo che il teatro sia ancora un luogo per trovare tesori misteriosi e per farlo è necessario che i suoi confini non siano così invalicabili.




Crescere. Insieme a chi?

La crescita avviene ogni giorno, assieme ai miei compagni di lavoro. Crescere è strettamente connesso allo stare insieme, al lavorare con l’altro e per l’altro. Siamo una catena intricata di connessioni e relazioni che respirano e crescono insieme.




La vita innanzitutto.

Comunità è un pensiero in comune. Che sia un obiettivo, una memoria, una storia o un sogno. 




Una tavola imbandita. La cucina, un luogo speciale. Cosa avviene lì dentro?

A tavola non si può mentire e, naturalmente, ci si regala nella più completa onestà. È il luogo della pausa, del respiro comune, del “passami il sale per favore”, di quei piccoli gesti che fanno tanto casa. A volte ci fermiamo per festeggiare il compleanno di uno di noi, con pasticciotti, caffè e il rituale “tanti auguri a te” cantato a ripetizione per ogni persona che si unisce a noi in ritardo. È il luogo in cui passiamo del tempo con le compagnie che ospitiamo. Mangiare insieme è un modo molto familiare e delicato per conoscersi. Mangiare insieme è lo stare insieme per eccellenza.




Il cuore.

Prima di uno spettacolo teatrale sono posseduta da un’euforia che amo. Non la smetterei di cantare, parlare, muovermi, giocare, ho energie incredibili e una spensieratezza che mi prepara al momento successivo: il totale silenzio. Pochi istanti prima di entrare in scena mi ammutolisco, a stento mi sento respirare e sono spaventosamente calma. Non mi piace l’attesa. Durante lo spettacolo sono sempre felice. Quando lo spettacolo è finito mi sento al posto giusto. Ho la sensazione di aver fatto qualcosa di importante per tutti e ne vado fiera. Anche se ci sono stati imprevisti, la fine è sempre una bellezza infinita. L’adrenalina resta a fior di pelle, giusto il tempo di smontare tutto e crollare. Da spettatrice la storia è un po’ diversa. Ho sempre una grande euforia prima, mi sento in attesa come una bambina. Durante, sono divisa tra la meraviglia e l’empatia. Cerco di studiare quello che vedo, come lo fanno, come saranno arrivati a quello e, al tempo stesso, cerco di godermi lo spettacolo. Il dopo mi disorienta sempre un po'. Vorrei vivere quel senso di frastuono, soddisfazione e stanchezza di ogni attore in scena, non la comodità da spettatore. Non mi piace assistere alla fine di uno spettacolo e avere ancora i capelli in ordine.




La bellezza dell’incontro.
Una nonna, dopo il saggio di teatro della sua nipotina, mi ha detto: «Dovrebbero sapere tutti quello che fate in teatro. È prodigioso.»

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