#VitadaKoreja | Alessandro Cardinale

Categoria Racconti | Pubblicato 08-Apr-16 |
Alessandro Cardinale
Tecnico teatrale dei Cantieri Teatrali Koreja

 

Interessi: musica, lettura, cinema

 

Emozioni, pensieri e segreti  di chi "fa" il teatro. Ecco i ritratti dello staff dei Cantieri Teatrali Koreja, per raccontare questa grande famiglia in modo non-convezionale.

a cura di imovepuglia.tv
 

A tu per tu con Alessandro Cardinale

A cosa stai pensando?

Penso al futuro, da dove sono arrivato, dove mi trovo e dove sono diretto. Penso al viaggio della mia vita, del grado di follia che sono riuscito a raggiungere nel tempo e verso quale aspiro. La vita non è nulla senza follia.




Una città per:

La città è un luogo che mi piace, ho vissuto diverso tempo in città e sono stati anni molto belli. Credo che ci siano luoghi nei quali è più facile vivere esperienze nuove e incontrare gente stimolante, creativa e folle.




Il teatro c’è.

Il Teatro è un esperienza relativamente nuova per me. È un mondo a parte con i suoi ritmi e le sue regole, diverse da altri ambienti del mondo dello spettacolo. Qui si vive quotidianamente con persone con esperienze e caratteri diversi, a volte, con tipi e livelli di follia mai incontrati prima. Con questo tipo di persone si impara a gestire la realtà concretamente, attraverso una visione fantastica e irreale del palcoscenico.




Il senso del costruire. Il desiderio dei Cantieri Koreja è ormai realtà. Una fabbrica in continua evoluzione, come?

Oltre al costruire bisogna mantenere viva la fabbrica, inventarsi nuovi mattoni per costruire ponti verso e attraverso la società. Mattone dopo mattone, magari con mattoni colorati e di forme strane, dovremo lastricare nuove strade che ci porteranno lontano.




Un passo verso cosa?

Sarebbe stupido inventarsi un mondo ideale e perfetto, sarebbe alienante da ciò che realmente ci circonda. I piedi devono rimanere ben saldati a terra ma bisogna sforzarsi di comprendere il mondo: cercare di capire come stia cambiando, osservare in quale direzione si dirige e che andatura stia utilizzando. Il tutto senza dimenticare “la follia”.




Crescere. Insieme a chi?

Si deve crescere insieme, senza lasciare indietro nessuno, aiutando chi ne ha bisogno, dando voce a chi non ne ha o ne ha poca, altrimenti non parliamo di vera crescita ma solo di autocelebrazione. Per crescere si ha bisogno del prossimo, di una follia nuova, mai vista, che ci spinge ad andare oltre e a superare limiti inesplorati. 




La vita innanzitutto.

Il Teatro a mio avviso, è comunità. Una comunità di "pazzi" che condividono una strana follia. Qui si ha modo di capire bene cos’è una comunità, perché di vive, si mangia, si lavora insieme. Si affrontano le problematiche, si gioisce, ci si arrabbia, ci si sbellica dalle risate, ma sempre e comunque con un fine comune.




Una tavola imbandita. La cucina, un luogo speciale. Cosa avviene lì dentro?

La cucina è per antonomasia il posto più caldo di un luogo. Lì si mangia insieme, si cucina, ci si siede. Racchiude in sé l’elemento capace di far unire le persone. Spesso in cucina ci sono le presone care che si prendono cura di noi o noi stessi che ci prendiamo cura dell’altro. È un posto magico.




Il cuore.

Posso descrivere il punto di vista del Tecnico Teatrale: prima dello spettacolo c’è la preparazione, il montaggio, le prove, l’attenzione affinché tutto sia ok, la cura del dettaglio perché tutto vada per il verso giusto. Questo è il momento in cui si deve essere professionali e fare bene il proprio mestiere. Durante lo spettacolo invece c’è l’adrenalina a mille, la tensione, l’ansia di non commettere errori. Bisogna seguirli, conoscere i loro movimenti, capire le reazioni del pubblico e agire di conseguenza. Il durante è come recitare sulla scena, è come dare un esame ogni volta e come godere della propria follia. A spettacolo finito, o meglio, subito dopo gli applausi finali e gli inchini degli attori, c’è lo scioglimento della tensione, tutti i muscoli si rilassano, la mente ricomincia a respirare e a rilassarsi. C’è solo da smontare, caricare e partire per la prossima tappa.




La bellezza dell'incontro.

In realtà mi è capitato rare volte di sentirmi dire qualcosa dal pubblico. Essendo una figura che sta dietro le quinte e non in primo piano è abbastanza ovvio che non ci sia un rapporto diretto con lo spettatore. A volte però accade che qualcuno mi dica: «Bello spettacolo!» e ti senti gratificato. Forse però, per noi tecnici, le parole più belle nascono dal nostro senso autocritico. In modo particolare il mio personale Sig. Senso Critico è severissimo e quando lui non è soddisfatto del mio lavoro, perfino il più bel complimento del pubblico non mi aiuta molto. 




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